Seminario: “Promoting the economic integration of migrants”

dalla Redazione

Segnaliamo il seguente evento.

RENAMake a Cube³ and Politecnico di Milano (POLI.design) are delighted to invite you to the Policy Forum “Promoting the Economic Integration of Migrants” as part of the SAME project supported by J.P. Morgan.

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During the event, the research on policies and practices supporting the social and economic inclusion of migrants in different European Countries will be presented and conclusions will be discussed with experts, researchers and policymakers; a specific focus will be put on the Italian context.

AGENDA

2.15 | Welcome

Antonio Aloisi, RENA

Stefania Signorelli, J.P.Morgan

Simona Colucci, RENA

2.20 | City of Milan: the challenges of integration

Pierfrancesco Majorino, Deputy Mayor for social policies, health and right – Municipality of Milan

 

2.30 | SAME Project, an introduction to the project

Anna Meroni, Politecnico di Milano

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Presentato il “Ventitreesimo Rapporto sulle migrazioni 2017” ISMU

“Le dinamiche del fenomeno migratorio in Italia e in Europa stanno subendo nuove trasformazioni. In questo Ventitreesimo Rapporto Fondazione ISMU stima che la popolazione straniera in Italia abbia raggiunto, al 1° gennaio 2017, 5 milioni e 958mila unità di presenze e analizza i nuovi scenari migratori che vanno confi gurandosi nel nostro Paese e nel resto d’Europa. Il volume infatti mette in evidenza come ancora una volta, nel 2017, l’emergenza sbarchi abbia costituito uno dei temi più rilevanti nell’agenda politica e nel dibattito pubblico in Italia”.

Sul sito di ISMU è possibile scaricare interventi, slide e riferimenti al report.

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Dal sito dell’ISMU http://www.ismu.org

Oltre gli “ismi”: prove di intercultura

di Chiara Giaccardi, Università Cattolica del Sacro Cuore

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Il testo riprende un intervento svolto nell’ambito di un incontro pubblico all’Auditorium del Consiglio della Regione Lombardia, via Fabio Filzi 29 a Milano, presso Mercoledì 9 febbraio 2017. Titolo dell’incontro: “Oltre il multiculturalismo, ma verso dove? Da sterili confronti ideologici a buone pratiche comunicative. Se l’Inghilterra ha fallito, che cosa può fare l’Italia?”

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Un problema malposto

 Gli psicologi insegnano che per affrontare un problema che pare insolubile occorre prima modificare la definizione della situazione: ci sono definizioni, infatti, che per il modo in cui sono formulate ostacolano o limitano fortemente la soluzione dei problemi. La strategia è quindi quella del “reframing”: reincorniciare la realtà, per vederla sotto una nuova luce e uscire dall’impasse, immaginando nuove soluzioni.

E il linguaggio, come sanno i linguisti e gli antropologi, non è un insieme di etichette che appiccichiamo su realtà già esistenti, ma è uno strumento per “tagliare a fette” la realtà e un laboratorio di metafore più o meno generative che possono allargare o restringere la nostra visuale. O, a volte, renderci ciechi.

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Chiara Giaccardi

Quello del multiculturalismo è un problema che cade esattamente in questo impasse.

Il termine è infelice. Ricorda una molteplicità giustapposta, senza legami. A me fa venire in mente le case in multiproprietà: basta lasciare pulito, non fare danni, rispettare i tempi e chi altro abita lo stesso spazio non ci interessa: nessun rapporto, nessuna curiosità, basta non darsi fastidio (nel qual caso si è subito pronti ala lamentela).

Anche le metafore utilizzate per rendere visivamente più comprensibile questo concetto non funzionano: quella del mosaico, per esempio. Il “mosaico delle culture” dovrebbe suggerire un’idea di armonia, data dalla giustapposizione di tante tessere, di tanti colori e materiali, ciascuna col suo perimetro, la sua forma, i suoi confini netti. Ma, primo, le culture non hanno confini netti, dato che sono ibride per definizione e, gli antropologi lo sanno, sopravvivono solo se sanno incorporare il nuovo, il diverso, rigenerandosi di conseguenza; e, secondo, la pluralità giustapposta non produce armonia, casomai conflitto.

Chi è l’artista-artefice del mosaico interculturale? Non è chiaro, e infatti il disegno non c’è.

Multiculturalismo, infine, è un termine ambiguo: oscilla infatti tra un’accezione descrittiva (viviamo in un mondo multiculturale; ma allora è preferibile “multietnico”) e una prescrittiva (il “modello multiculturale”, che sta mostrando tutte le sue debolezze).

 

Il multiculturalismo non può essere un modello, perché non propone una soluzione adeguata alle sfide di un presente complesso: il massimo che riesce a esprimere è quello di una tolleranza riduttiva, (oggi si dice “tolleranza passiva”) una “indifferenza alla differenza” purchè resti nei suoi confini, e si esprima preferibilmente nel privato.

Il “ghetto” non è un effetto collaterale imprevisto del multiculturalismo, ma un suo presupposto implicito, una delle condizioni del suo funzionamento.

C’è anche da sottolineare un’ipocrisia evidente nella cultura contemporanea: da un lato la retorica delle differenze (l’unità non è democratica), che soffia sul fuoco delle specificità incommensurabili come se avessero valore in sé (gli antropologi la chiamano “esagerazione di identità”). Diversità e differenza, peraltro, sono termini profondamente etnocentrici: sono sempre gli altri i differenti, rispetto a uno “standard” che siamo noi. Molto più neutro, e corretto, sarebbe parlare di varietà, pluralità. Dall’altro lato, questa politica delle differenze non è minimamente gestita, e rimane confinata sul piano identitario: tutte le questioni che derivano da questa enfasi sulla diversità sono lasciate a se stesse.

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